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sabato 19 dicembre 2015
Qualche pagina dell'antologia da sfogliare
11. INCONTRO CON UN POETA EMERGENTE
Ed eccola Zoé, di nuovo a Parigi. Curva,
in attesa dei bagagli all’aeroporto Charles de Gaulle, è l’immagine stessa del
momento difficile che sta attraversando. Mai la solitudine le è pesata come
adesso. E il cielo grigio che incombe, quasi a sottolineare la sua malinconia,
le fa rimpiangere quello limpido e splendente di Roma. Eppure bisogna stringere
i denti e reagire. Un salto in rue de l’Ecole Polytechnique, alla casa
editrice, per chiudere qualche problema sospeso e poi a cena con un poeta
emergente, tutto da scoprire.
Mentre in taxi lascia l’aeroporto,
comincia a organizzare la sua prima giornata della rentrée di settembre.
‘ Un iraniano con ascendenze curde, mi
sembra..’
La libreria Pippa di rue Summerard
nel Quartier Latin, dice la mail che le hanno mandato, lo ha scelto nel quadro della manifestazione “Paris en toutes lettres ” d’inizio giugno, e ha esposto anche i suoi
disegni.
‘… Intéressant ...Bene, mi diranno in redazione tutti
i particolari. Pensano di lanciare una traduzione anche su Le cerf volant-Italia
.Dopotutto non può farmi che bene rituffarmi nel lavoro … Una distrazione
salutare. E poi: un poeta iraniano! Ci sarà di che parlare: ghazal, ma anche fondamentalismo, condizione della
donna, il suo esilio. Con quello che sta accadendo a Teheran! Beh, insomma, una serata
interessante, niente male!’
A un tavolo appartato del Café des
Editeurs all’Odéon, Reza Hiwa[1]
- questo il nome dell’affascinante poeta
iraniano - e Zoé si dispongono ad affrontare un menu importante, rivelatore per
entrambi. Reza vorrebbe scoprire chi ha
davanti, per porre in atto una strategia vincente e valorizzare le sue poesie.
Alla fine, però, decide di essere semplicemente se stesso, rivelando tutta la
sua gioia di vivere, i suoi interessi multiformi, l’attimo di vita felice che
sta attraversando. Zoé, d’altronde, ha la consapevolezza della propria
fragilità e sa di essere facilmente esposta al rischio di sovrapporre
confusamente lavoro e situazione privata, personale, che, invece, non dovrebbe
mai interferire. Deve fare, dunque, attenzione all’approccio e non lasciarsi
trasportare dall’atmosfera calma e raccolta della sala al primo piano della
birreria e neppure dall’interlocutore che ha modi simpaticamente diretti e una
personalità sorprendentemente poliedrica.
Zoé ascolta seria i suoi racconti, “con orecchio avido li divora(va) ”[2],
e, quando Reza termina di parlare con la sua voce calma ,ma avvolgente, lei
sospira dal profondo del cuore: “ Straordinario, commovente, commovente in modo incredibile».[3] Ha
letto resoconti sui giornali, visto servizi e ascoltato commenti in
televisione, ma sentire la testimonianza di Reza sulla situazione iraniana le
ha fatto entrare sotto la pelle la tragedia di un popolo che in patria o
altrove vorrebbe parlare liberamente.
Zoé senza davvero volere si ritrova a
raccontare della Provenza, degli amici italiani, della sua vita di donna sola nella
grande Parigi. Continuano, poi, a
discutere di poesia e dei poeti persiani contemporanei.
-Una parte della nuova
poesia iraniana è creata in esilio - dice Reza - per cui la tradizione si sta
arricchendo anche attraverso un’esperienza multiculturale dei numerosi
intellettuali costretti a lasciare il
proprio paese e vivere altrove. E
aggiunge: -Nella nostra poesia usiamo ancora un linguaggio simbolico,
anche se il sistema dei simboli è profondamente cambiato rispetto al passato.
Non solo perché questo ci permette di dire anche ciò che è proibito e
aggirare così la
censura, ma soprattutto perché esso si è emancipato dal rigido rispetto delle
regole estetiche e dall’astrazione della realtà. Ha messo al centro dei suoi
obiettivi la realtà dell’Uomo e delle sue inquietudini contemporanee. Fondamentalmente,insomma,
sono poesie piene di amore per la vita,
per la natura e per il nostro popolo- E,
guardandola intensamente, le
recita infine, qualcuna delle poesie scritte durante il suo vagare da un paese all’altro.
La prima si intitola:
La Tortura -
Notturno –[4]
Abbandonate la pena di
morte
Aprite le celle
Liberate i criminali
Quelli contro l’umanità
I serial killers
Anche Pinochet
Affidatemi la loro
custodia
Prescriverò loro
In tutta cattiveria
Con cognizione di causa
Di vivere le mie notti
Le mie notti senza di
lei
‘Il dolore per l’assenza dell’amata come la
peggiore tortura! Anzi, la solitudine dell’esule e il desiderio inappagato, direi, sentito come la
punizione più dura anche per i più efferati criminali! ‘ - Zoé pensa.
Quel guizzo di ironia inaspettata e
malandrina, alla fine della poesia, la fa piacevolmente confondere e, forse per il caldo del locale ormai
affollato, si sente arrossire. Nella
mente le pare di sentire il vecchio Brabanzio shakespeariano[5],
che rivolto a Reza, urla:“Dannato tu l’hai stregata!”[6]
Sì, le sue parole, la sua vicinanza e quella poesia ,detta quasi con intenzione,
sono come una pericolosa calamita …
Con la sua calda voce, intanto, Reza
continua a parlarle lentamente, come avviluppandola in una sottile rete di
seta, sempre più stretta: -Secondo
Adonis, nella tradizione poetica preislamica, la poesia non è mai astratta,ma
è corpo, canto, sensualità. Il corpo
incarna l’uomo intero: sia la sua parte materiale che quella spirituale. Il
corpo, dunque, non è solamente il luogo della sensualità e delle emozioni, ma
il legame tangibile tra l’uomo e la
natura. Ecco perché il corpo e la natura
sono ancora così presenti nella nostra poesia contemporanea, mentre nella
poesia occidentale corpo e anima sono divisi!
Poi,
il poeta ritorna a parlare per un
po’ di se stesso, le accenna alla
felicità, da poco, finalmente
trovata a Parigi, nonostante la malinconia e le preoccupazioni per il
suo paese. -Posso dire che amai subito
la mia donna per le tensioni ideali,per
la curiosità di vivere che abbiamo in comune. L’avevo appena conosciuta,
ci siamo ascoltati e, adesso, insieme, ci siamo reinventati una nuova vita.
Le parole di Reza sono inequivocabili.
Zoé ha
un brusco risveglio e, più tardi, penserà a lungo a questo, prima di
addormentarsi in un sonno agitato e popolato di strani sogni.
- Certo, non poteva essere altrimenti. Mi
ero lasciata illudere come una ragazzina dalle sue attenzioni, dalla sua
preziosa versatilità, dalla sua intelligenza curiosa, pirotecnica. Avevo un
gran bisogno della sua tenerezza e alla fine non mi era restato altro che il
ricordo malinconico e inutilmente nostalgico della serata degli equivoci.
Con quella luce calda e schermata, davanti a piatti accattivanti avevamo
parlato proprio di tutto, entrando subito in una confidenza naturale che mi
aveva fatto stare bene ….’ racconterà ad una cara amica qualche tempo dopo.
Tuttavia, al di là di tutto questo, Zoé
ha anche fatto scoperte interessanti sulle poesie che Reza le ha mostrato, sue
e di altri poeti contemporanei del suo paese e l’indomani comincia a scrivere
sul suo portatile il nuovo file sui poeti iraniani d’oggi:
‘…sono molto più vicini alla nostra
sensibilità di quanto mi aspettassi, alleggeriti, come mi sono apparsi, di
tutto l’apparato di simboli mistici che caratterizzava la poesia tradizionale
di tutto il mondo islamico.
Che
cantino,infatti, l’amore con la struggente nostalgia di Rachid Yâsemi nel suo delicato idillio:
Ricordo[7]
Una lama affilata su un
giovane ramoscello
Incise un giorno un
ricordo:
“In memoria di
quell’istante
In cui il vento
profumava come le trecce dell’amata”
Primavere e inverni
passarono
Tempi che fan crescere
gli steli e fan cadere le foglie.
I doni delle nubi e
delle brezze e del sole
quando tutto cresce e
resuscita,
il peso delle nevi e
delle brine crudeli
nella stagione delle
lotte invernali
con la scorza e le
foglie setose
hanno ispessito la
leggera incisione.
Così si rafforza nei
cuori fedeli
Il ricordo dei cari
amori.
Il vento ci porterà
via[9]
Nella mia piccola notte,
ahimè,
il vento ha un
appuntamento
con foglie d’alberi.
Nella mia piccola notte
C’è l’angoscia della
distruzione.
Ascolta,
senti il sibilo delle
tenebre,
come un vento che bussa?
Io,avvezza alla mia
disperazione,
guardo questa felicità come una straniera.
Ascolta,
senti il sibilo delle
tenebre,
come un vento che bussa?
Nella notte
In questo momento
Accade qualcosa.
La luna è rossa e
confusa
E su questa volta che ad
ogni istante rischia di crollare,
le nubi, come una folla
in lutto,
spiano il momento della
pioggia.
Un istante
E poi, niente!
Dietro questa finestra, la notte sta tremando
E la terra smette di girare,
dietro questa finestra qualcosa di ignoto
si inquieta per me e per te.
O, tu, corpo fresco del verde ,
come una sensazione calda dell’essere
alle carezze delle mie labbra innamorate
il vento ci porterà via
metti le tue mani come un ricordo bruciante
nelle mie mani innamorate
e affida le tue labbra
il vento ci porterà via..
… (dove, come in Rachid Yâsemi, si ripete
l’immersione in una natura partecipe dell’angoscia degli amanti, che sperano
nella forza liberatoria del vento), i poeti iraniani contemporanei sembrano,
però, essersi spogliati di ogni velo mistico. La poesia per Forugh Farrokhzâd ,per esempio,è “un modo di comunicare con l’esistenza, con la totalità dell’essere”. [10]”L’arte
– aveva anche detto -è l’amore più forte d’ogni amore e ti permette di
raggiungere la totalità dell’esistenza solo quando ti arrendi a lei con tutto
il tuo essere”[11].
Quando il protagonista di “ Il vento ci porterà via”[12]
del regista iraniano Kiarostami, si rende conto, malgrado l’insistenza, che non
riesce a comunicare con la ragazza che munge nell’ombra, accanto a una vacca e
una piccola lampada ad olio poggiata a
terra, reciterà allora per lei i versi d’amore della poesia di Farrokhzâd. E questo, si intuisce, finalmente lo avvicinerà
ad un mondo altro e fino ad allora a lui estraneo.
Ma Forugh Farrokhzâd,mentre sperimenta l’innovazione del linguaggio
poetico ,non dimentica la grande tradizione
culturale del suo paese e si cimenta, in modo innovativo e molto
originale, con la struttura classica del ghazal.[13]
Stanotte il racconto
del mio cuore ascolti
Domani,come un bel
racconto,mi dimentichi.[15]
Come le rocce,la mia
voce ascolti
E come le rocce,senza
sentire,la dimentichi
Sei di primavera la
battente pioggia che scuoti
Quando di tentazione il
sonno delle finestre tocchi
Le mie mani,queste verdi
piante di carezze,
tu,in un abbraccio,alle
foglie morte unisci
Sei più smarrito dello
spirito del vino
Che il mio sguardo
infiammi e stordisci.
Oh dorato pesce nello
stagno del mio sangue
Gustati l’ebbrezza
mentre il mio sangue sorseggi.
Sei la vallata violacea
del crepuscolo
Che stringi al petto il
giorno e lo spegni.
Tra le ombre,la tua luce[16]
cercò rifugio e si spense
Perché mai ora,con
l’ombra [17]di
lutto l’ammanti.
L’intensa emozione che Forugh ci regala
con questi versi risiede nel forte contrasto, che rende drammatica l’atmosfera
. Da un lato l’utilizzazione della struttura tradizionale,seguita rigorosamente
fin nell’originale invenzione verbale dell’ultimo distico, che si vuole
contenga la citazione del nome dell’autore. Qui le firme sono due (Luce/Ombra =
Forugh/Sâye),poiché l’innovazione nella
struttura consiste nel costruire il ghazal sulla risposta al distico
iniziale del ghazal di un altro autore;quindi per i due autori,le due
firme. Dall’altro lato la
sperimentazione linguistica e la costanza dei temi propri della sua poetica. Le
sue percezioni poetiche sembrano nutrirsi dell’esplorazione della preziosa
eredità letteraria del passato come delle novità dei linguaggi contemporanei.
Dalla struttura linguistica emerge così
una costante tensione che comunica al lettore smarrimento,imminenza del crollo
dei legami d’amore,del declino,della decadenza dei valori nella realtà
dell’esistenza dell’uomo e,insieme e tuttavia,sensualità istintiva e
passionalità ardente. Temi che, però,Forugh Farrokhzâd non imprigiona,legandoli al suo io passionale e
angosciato,ma estende a rappresentare una generazione intera,fragile e
pessimista,che pure sogna di esser
capace di plasmare una nuova realtà dell’uomo moderno,aprendo finestre,abbattendo
tutti i muri ereditati dal passato.
Leggendo il delizioso poemetto
circolare, di Reza Hiwa :
L’Unità – a me
l’Italia[18]
Nuda,
sdraiata al mio fianco,
una mano nei capelli,
l’altra che tiene il
giornale,
legge gli articoli
sugli orrori del mondo.
Io
Immerso nella mia
felicità
Una mano sulle sue
spalle,
l’altra che tiene questa
penna
sogno quel giorno
in cui potrei scrivere
una poesia
rotonda come i suoi seni
.
(‘Sì, è proprio ascoltando questo che
avrei dovuto capire subito. Quei modi affettuosi non erano per sedurmi..
Tutt’altro’.)… le placide simmetrie del testo testimoniano del cuore del poeta pazzo d’amore (‘Ma non per me
‘…). L’esaltante appagamento che canta, lascia lo spazio solo per un altro
sogno, che è quello della sua poesia che deve crescere, tendere alla perfezione
della sfera’.
Zoé chiude il file per il
momento e bevendo il suo tè comincia a pensare alla poesia islamica a lei più
nota: ‘Bon, tutto questo mi ha fatto tornare la voglia di riprendere Iqbal[19] per tuffarmi nel mare dei suoi simboli …
voglio proprio riassaporare la
concisione metafisica delle sue poesie. Ecco, per esempio :
La luna[20]
O luna! La bellezza tua
è l’onore dei cieli
Tu che per antica natura
t’aggiri adorante attorno a questo santuario di terra!
Quel marchio che porti
nel petto è cicatrice d’amore o forse è segno cocente di sempre viva brama?
Turbato io qui sulla
terra, inquieta tu alta nel cielo, noi siamo in eterna ricerca, tu cerchi e
cerco pur’io.
Forse della stessa Santa
Assemblea candela è l’uomo e tu pure? Forse la tua ultima tappa è quella
cui anch’io, viandante, m’avvio?
E su pianori deserti e
campi ampi e montagne
Identico brilla il tuo
volto lucente come sul cuore dell’uomo!
‘Sì ,
anche lui, fa entrare in relazione l’uomo con l’universo naturale, ma quanto è
diversa la suggestione! La luna rossa e confusa di Forugh Farrokhzâd, antropomorfa,
quanto è distante da quella di Iqbal, alta nel cielo che generosamente
si prodiga e illumina con il suo volto lucente monti e sconfinate campagne,
deserti infiniti e il cuore degli uomini.
Oppure quest’altra:
Lo zefiro del mattino[21]
Vengo dal vasto mare,
dalle cime de' monti,
ma non conosco il luogo lontano dove sono nato.
Al triste uccello porto messaggi di Primavera,
in fondo al suo nido riverso gelsomini d'argento.
Rotolo sopra l'erba, e allo stelo del tulipano m'avvinghio,
e colori e profumi gli spremo nell'intimo seno;
e, a che non si pieghi a mie carezze il suo gambo,
soavissimo e lieve mi abbraccio al colle del fiore.
E quando il Poeta lamenta il dolor dell'Amica
alitando a fiotti, mi mescolo ai suoi melodiosi sospiri!
ma non conosco il luogo lontano dove sono nato.
Al triste uccello porto messaggi di Primavera,
in fondo al suo nido riverso gelsomini d'argento.
Rotolo sopra l'erba, e allo stelo del tulipano m'avvinghio,
e colori e profumi gli spremo nell'intimo seno;
e, a che non si pieghi a mie carezze il suo gambo,
soavissimo e lieve mi abbraccio al colle del fiore.
E quando il Poeta lamenta il dolor dell'Amica
alitando a fiotti, mi mescolo ai suoi melodiosi sospiri!
Una luce e un vento
divinizzati, eletti a protezione generosa e rassicurante per l’Uomo. Un mondo
naturale ahimè, quanto diverso da quello soffuso di malinconia, insicurezza e
inquietudine da cui Rachid Yâsemi e Forugh
Farrokhzâd continuano a trarre i loro simboli! Simboli
tutt’altro che metafisici se, ad esempio, Forugh può identificare il suo
amante nel corpo verde della natura, ricco di tutta la sua
linfa vitale.
Ed ecco un altro ghazal. Dovrebbe oggi
essere piuttosto un omaggio che di tanto in tanto i poeti amano dedicare ai
loro fratelli maggiori e maestri,eppure, sembra qui ancora così affascinante e
pieno di potenzialità … Con la sua tipica serie di distici senza enjambement,
perché, come dicevano i poeti del
passato, ciascun distico somiglia ad un grano del rosario: completo in sé,
nella sua forma chiusa.
Questo è di Zigar Moradabadi[22], che
ci arriva dal Pakistan:
Ghazal[23]
Quando ho raggiunto il
mio amore in forma di commiato
La gioia è stata troppa
intensa per realizzarsi.
Una visione, ieri notte,
mi ha fatto scoppiare il cuore.
Più erano impazienti le
onde, più la riva restava con labbra assetate.
Mentre camminavo lungo
la spiaggia, una visione mi si è spalancata:
il cuore è soltanto una
piccola barca che solca il mare del dolore.
Alle immagini splendide e lievi, come
piume in volo, di Iqbal, la struttura del ghazal, pur senza le
restrizioni della forma classica, permette di aggiungere anche a questa poesia
effetti di grande suggestione, grazie alla sua ritmata musicalità. Il primo
distico serve ad aprire sull’ultimo incontro d’amore e a palesare le
contraddittorie emozioni avvertite in quel frangente. Nel secondo, assistiamo
al rispecchiamento del protagonista nell’insoddisfazione del desiderio della
riva e delle onde che impazienti la lambiscono e se ne ritraggono in un moto
eterno. Nell’ultimo, c’è la sintesi metaforica dell’uomo e della natura che
provano la stessa sofferenza d’amore.
Ancora una volta, dunque, l’uso di
simmetrie e la costruzione di immagini incisive e efficaci, che spaziano tra
gli universali dell’esistenza.’
‘D’accord ,c’est comme ça!’-
conclude Zoé, un po’ rasserenata.
Sì, la delusione, o meglio, la presa
di coscienza delle sue aspettative ingiustificate, se non altro, le hanno dato
una scossa salutare. Ora le sembra di ragionare di nuovo e di non sentirsi più
in balia di canti di sirene . Nessuno le
ha portato via l’anima. È vero: ha un bisogno disperato d’amore e continua a
muoversi come se fosse l’eroina di un romanzo di Jane Austen. Comunque, eccola di nuovo nella realtà!
‘Stupida!Stupida! è idiota piangersi
addosso! Ora, almeno per un po’, devo
voltar pagina.’
[1] Reza Hiwa nasce
il 21 marzo, la grande festa di Noruz, il Capodanno iraniano, del 1955 nel
quartiere popolare di Javadieh di Tehran, da genitori kurdi. Vive in esilio.
In Appendice a questo libro, Intervista a
Reza Hiwa sulla poesia iraniana oggi, a cura di M.G.Bruni.
[2] W.Shakespeare, Otello, atto I, scena 1, a cura di Anna
Crisi, Liguori ed.1995.
[3] W.Shakespeare, Otello, ibidem.
[5]Padre di Desdemona in Otello di W. Shakespeare .
[6]W. Shakespeare, Otello, atto I, scena 2 , op.cit.
[7] Rachid Yâsemi ,
“Ricordo”, da Anthologie de la poésie persane (XI-XXe
s.) NRF, Gallimard éd. Paris,1964. Trad. dal franc. di Maria Gabriella Bruni.
[8]Forugh Farrokhzad nasce a Tehran
nel 1935 e perde la vita in un incidente d’auto nel 1967 a Tehran.
[9]Forugh Farrokhzad,”Il vento ci porterà via”, da Tavallodi dighar(Un’altra nascita), Amir
Kabir, Tehran, 1964; trad. in franc. di Reza Hiwa e dal franc. di Maria Gabriella Bruni.
[11] Forugh Farrokhzâd, da Lettere scritte a Ebrâhim Golestân durante il
suo viaggio in Europa, in È solo la voce che resta, Aliberti ed.2009, a cura di Faezeh Mardani.
[12]“Il vento ci porterà via” (1999), regia di Abbas Kiarostami.
[13] Composizione poetica della
tradizione culturale persiana e delle letterature la cui lingua discende dal
Persiano , come l’Urdu. Ha contenuto lirico ed
è strutturata per distici, dove, di solito, in quello conclusivo, il
poeta inserisce la sua firma e una
particolare evocazione legata al suo nome.
[15] È il primo distico di un ghazal
del poeta iraniano contemporaneo H. A. Sâye. La poesia di Forugh è una
risposta che utilizza la stessa struttura della tradizione poetica persiana.
[16] La parola originale è Forugh=
luce/bagliore, che è il nome della poetessa.
[18] Reza Hiwa, “L’Unità – a me l’Italia “ , in Rêve et châtiment .Op cit. Trad. dal fr. di Maria Gabriella Bruni.
[19] Muhammad Iqbal,(Allama Iqbal), il grande poeta islamico,
considerato il padre del moderno Pakistan, il Paese dei Puri, nasce a Sialkot , Punjab, India, nel 1877
e muore a Lahore, Pakistan, nel 1938.
[20]Muhammad Iqbal,” La luna”, da Il
Segnale della Carovana, 1924. In Urdu. In Poesie,a cura di Alessandro Bausani. Guanda ed.1956.
[21] Muhammad Iqbal,”Lo zefiro del mattino”, da Messaggio d’Oriente, 1923. In persiano.
Op. cit.
[22] Zigar Moradabadi, pseudonimo di
Ali Sikandar, nasce a Patiali in Moradabad, Uttar Pradesh, India, nel 1890
e muore a Gonda, Uttar Pradesh, nel
1960.
[23] Zigar Moradabadi, “Ghazal,” da Poesia moderna indiana , a cura di Maria Gabriella Bruni, Guanda,1966.
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